PARIS FASHION WEEK

JEAN PAUL GAULTIER HAUTE COUTURE SS22


Ogni stagione Jean Paul Gaultier affida la direzione creativa della sua collezione di alta moda ad un talento diverso, essendosi lui definitivamente ritirato dalle scene. Il progetto è cominciato con la straordinaria collaborazione con Sacai mentre questa volta è stato Glenn Martens a prendere le redini della maison.
Posto che questo è un modo straordinario per tenere vivo un marchio che altrimenti non avrebbe più visibilità, affidare ad altri il proprio lavoro è anche un segno fortissimo di apertura mentale, di mancanza di narcisismo e forse anche di bontà d’animo.

Glenn Martens, che aveva lavorato da Gaultier all’inizio della sua carriera, si è trovato molto bene nella stanza dei giochi dell’enfant terrible della moda francese e si è divertito a guardare il mondo della couture con gli occhi di un trentottenne che apre l’armadio della zia appena morta e ci trova dentro insospettati tesori. Forse scopre anche che la zia non è in realtà morta ma è fuggita a Copacabana con il suo autista.

I punti di riconoscibilità di Gaultier ci sono tutti ma sono stati reingegnerizzati attraverso la visione distonica e pessimistica di Martens, con il suo modo ossessivo di mettere in disordine l’universo armonico della moda occidentale, cancellando ogni traccia di nostalgia, di emotività, di rassicurante eleganza.

Come dice Nietzsche “Se guardi l’abisso quello guarderà te”. Così il direttore creativo di Y Project si è spinto a dare un’occhiata oltre il limitare del buon gusto borghese (come di fatto faceva Gaultier negli anni ’80) ma non ne ha tratto una ricetta salvifica, ha piuttosto portato a casa una serie di pezzi non combacianti e ha deciso di metterli tutti dentro questa collezione.

Quando stai dentro un territorio di espressione libera, come è il brand Jean Paul Gaultier, puoi riuscire a riconoscere i limiti che l’estetica occidentale ha dato a se stessa e passare oltre, con una forma di irrispettosità che ti permette di creare cose nuove. 

Se dietro alla visione di Gaultier c’era una vera e propria operazione di apostasia nei confronti di Christian Dior (pensate alla Bar Jacket coi seni conici), dietro a quella di Martens c’è uno squarcio nella storia della moda europea. I nastri, elemento ricorrente della collezione, sembrano una massa informe di interiora che qualcuno ha portato alla luce rivelando i segreti oscuri di un corpo forse da troppo tempo malato.

La carcassa putrescente del comunemente accettabile ha assunto una forma e Glenn Martens è possibile che ci abbia detto che uno dei modi per salvare la società occidentale è strappare un pò di verità dal suo interno.

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CHRISTIAN DIOR HAUTE COUTURE SS22


La donna che ha fatto triplicare il fatturato di Dior portandolo vicino a quello di giganti come Vuitton o Gucci può più o meno fare quello che vuole. Maria Grazia Chiuri non ha nessun interesse a innovare una formula che funziona perfettamente nè vuole essere, come il suo ex partner Pierpaolo Piccioli, al centro di discussioni filosofiche sull’estetica contemporanea e quando racconta i principi ispiratori di ognuna delle sue collezioni lo fa in una maniera quasi distratta, accennando a storie di artigianalità e questioni di inclusione che di fatto non hanno niente a che vedere con il prodotto del suo lavoro.

Nello specifico questa collezione di Dior è, se possibile, ancora meno narrativa del solito, essendo stati cancellati colori e decorazioni quasi totalmente. Questo non pare essere però un passo verso il minimalismo nè una prova generale per una sua mitologica direzione creativa di Armani (codicono alcuni) ma è la definitiva accettazione di una schema commerciale, elaborato da lei stessa, il cui successo è talmente incredibile da non farle temere rivali.

Lo schema si basa sulla costruzione di prodotti e di collezioni che sono accuratamente studiati per essere immediatamente comprensibili e comprabili da un mercato sempre più violentemente veloce, desideroso di oggetti riconoscibili e preferibilmente logati, che mastica e digerisce collezioni come fossero biscotti Oreo.

Non c’è ovviamente niente di male nel costruire un progetto che non ha nessun afflato romantico o pretesa creativa ma che ha un riscontro commerciale senza precedenti soprattutto perchè, come mi è già capitato di scrivere, Maria Grazia Chiuri sa esattamente che gli abiti nascono con lo scopo di essere portati e non con quello di finire in un museo.

Il problema qui (ammesso che ci sia) sta nell’aver azzerato tutto l’heritage del brand o quantomeno averlo piegato alle regole di un mercato che non vuole rigide Bar Jacket ma desidera fluide giacche di crêpe, a cui non interessano bizzarre costruzioni architettoniche ma semplici abiti da cerimonia, che non ha voglia di guardare verso il futuro ma sta benissimo nel bel mezzo del presente.

Quello che succede quando si porta un marchio fuori dai binari in cui è sempre vissuto è che se ne scardina l’identità e poi la si ricostruisce in genere con concetti derivativi, che non vuol dire copiati ma neanche creati in autonomia.

Questo alla lunga può essere pericoloso perchè se l’identità storica è una trappola lo sono anche le sirene dei merchandiser che chiedono la stampa di stagione da declinare sui prodotti eroe.

Nel tempo la liofilizzazione di Christian Dior potrebbe insomma portare ad una totale perdita di gusto, per non dire di emozione e questo potrebbe rivelarsi un percorso non solo accidentato ma senza ritorno.

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VALENTINO HAUTE COUTURE SS22

Pierpaolo Piccioli ha deciso di fare un intervento a cuore aperto al concetto stesso di haute couture e a quanto pare il paziente è sopravvissuto e sta bene. Le sfilate di alta moda di Parigi di questa stagione si stanno rivelando un terreno di riflessione profonda rispetto al significato della moda contemporanea e quando, come in questo caso, non ci sono cavalli coinvolti, riescono a superare il terreno fangoso della coolness per forza e approdare su quello morbido e dolce della consapevolezza.

Valentino è una delle poche vere maison de couture, con un atelier interno che produce ogni anno decine di costosissimi vestiti per donne e uomini che abitano in ogni paese del mondo, di ogni età e di ogni tipo di fisico e che si può quindi dire che abbia insito nel proprio genoma un metodo antichissimo di vendere vestiti: confrontarsi direttamente con il cliente finale. Per quanto si possa pensare che vestiti che arrivano a costare centinaia di migliaia di euro, fatti sfilare in palazzi settecenteschi su modelle strapagate siano simbolo di esclusività, per non dire di esclusione, in realtà non c’è niente di più inclusivo dell’alta moda, perchè di fronte ad una cliente che bussa alla porta di un atelier nessuno, nè Cristobal Balenciaga nè Valentino stesso, hanno mai potuto dire di no. Una volta sui corpi delle clienti il prodotto passa dalla sua forma ideale a quella naturale, attraverso un processo che è parte dell’idea stessa di couture.

Anatomy of couture, così si intitolava la collezione di Valentino, è un tentativo riuscito di raccontare un pezzo di questa cultura centenaria che di solito nessuno vede perchè, ricordiamolo, ogni pezzo di couture è unico e viene quasi sempre usato in eventi estremamente privati.

Hanno quindi sfilato donne e uomini estremamente diversi tra di loro attraverso i quali non sono stati raccontati gli abiti ma la relazione, costruita singolarmente, del singolo abito con il singolo corpo, della creazione unica con l’unica personalità.

Una sfilata non fantasmagorica e scintillante come al solito, di cui forse qualcuno potrebbe dire che si sentiva la mancanza del meraviglioso a cui Piccioli ci ha abituato. Invece il meraviglioso c’era.

L’operazione di ribaltamento semantico del principio di couture ha portato Valentino ad avvicinarsi ai corpi in una maniera che non era mai avvenuta nella storia del marchio facendo debordare dai vestiti da sera un’esplosione di erotismo liberatoria, sincera e assolutamente contemporanea.

Doveva arrivare un momento in cui Pierpaolo avrebbe deciso di prendere a picconate l’inscalfibilità del concetto di haute couture. Il momento è arrivato ed ha probabilmente aperto un nuovo interessantissimo percorso per un marchio forse ancora troppo strettamente legato ad un’idea di eleganza che era giusto mettere in dubbio.

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SCHIAPARELLI HAUTE
COUTURE SS22


Daniel Roseberry sta ricordando a tutti com’erano le collezioni di haute couture quando, tra gli anni ’80 e ’90, si sganciarono dalla realtà ed emigrarono su pianeti abitati da alieni, rifiutando ogni contatto diretto con l’umanità. In quel momento storico molte rispettabili maison de couture (tra cui anche Saint Laurent) si resero conto di non aver più bisogno di vendere vestiti su misura perchè il flusso di cassa era abbondantemente assicurato da licenze di profumi e piastrelle e dirottarono  la gloriosa alta moda in un territorio meraviglioso fatto di abiti scultura senza senso che però funzionavano egregiamente da un punto di vista di comunicazione.

Tutto un universo cancellato sotto i colpi dell’intellettualismo e della body culture dei decenni successivi è stato ripescato miracolosamente da Schiaparelli, un marchio che può tranquillamente reggere ogni tipo di incursione nella surrealtà essendo di fatto costruito su questo principio dalla sua fondatrice Elsa.

Daniel Roseberry ha trovato una ricetta che al momento, stranamente, rimane unica nel panorama della moda contemporanea e che consiste nel tuffarsi nel massimalismo più esagerato mantenendo un equilibrio formale ossessivo e di fatto raccontando una favola di distacco dal reale, una psicosi. 

In molti (ne abbiamo scritto) stanno sentendo il bisogno di distaccarsi in maniera radicale dalla realtà ma la via di Roseberry non è salvifica ed è interessante perchè contiene qualcosa di profondamente malato perchè disallineato rispetto al principio di piacere che domina la società occidentale. 

Le donne di Schiaparelli più che vivere in un film di Fellini o Sorrentino sono intrappolate dentro L’anno scorso a Marienbad di Alain Resnais, film in cui ai due protagonisti non succede assolutamente niente per due ore ma che rimane una pellicola esteticamente paralizzante. Il lavoro di Daniel Roseberry è di fatto così, esteticamente paralizzante, e la sua apparente inconsistenza lo rendono una delle cose più interessanti che la moda abbia prodotto negli ultimi anni.

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ALAIA AW22


Pieter Mulier fa parte dell’aristocrazia della moda. È stato per anni il braccio destro di Raf Simons, seguendolo nelle sue incursioni da Jil Sander, Dior e poi Calvin Klein e diventando di fatto una personaggio piuttosto noto tra gli addetti ai lavori. Da un anno alla direzione creativa di Alaïa, ha presentato la sua seconda collezione per il brand più traboccante di erotismo del pianeta rivelando piuttosto chiaramente quanto perpetuare il regno di Azzedine sia per lui decisamente difficile.

L’erotismo nella moda è una questione delicata ma in questo momento è un argomento su cui molti stanno lavorando con risultati interessanti  (Laquan Smith o Mugler) perchè uno dei passaggi per liberare il corpo femminile da costrizioni culturali vecchie di secoli è anche rivelarlo, renderlo visibile e desiderabile.  

Azzedine Alaïa, tunisino, ha sempre raccontato corpi liberi, perfettamente integrati dentro personalità potenti tanto quanto potenti erano tutte le sue muse (da Iman a Naomi Campbell a Farida Khelfa fino a Tina Turner). Il suo lascito è importante perchè è uno dei pochi esempi di una sintesi perfetta tra l’amore per il corpo femminile di matrice medio orientale e il cosiddetto buon gusto borghese che il corpo femminile lo ha sempre nascosto. 

Sembra che a Pieter Mulier di questa bruciante eredità non importi molto e che anzi si sia affrettato a cancellarla per sostituirla con un freddo intellettualismo tipico del suo lavoro insieme a Raf Simons. Ecco arrivare cappotti maschili, jeans a zampa che ricordano La Isla Bonita, giacche sartoriali, dolcevita che coprono metà viso, insieme a catsuit in maglia stretch completamente trasparenti o abiti con macro stampe di Picasso, in un insieme di uscite che difficilmente si può definire in altro modo se non disastroso.

Tutto questo potrebbe essere un incidente di percorso se non fosse che alla base di tutto è probabile ci sia la scelta del direttore creativo sbagliato. O per meglio dire, forse Pieter Mulier non è la persona giusta per dare continuità al lavoro di Alaïa ma lo è se si vuole dirottare il brand verso altri lidi magari più commerciali o semplicemente diversi.

Di certo il senso di esaltazione che aveva Azzedine per il corpo femminile qui sembra sparito come sembra sparito il senso di appropriazione gioioso della carnalità. E purtroppo questo è un peccato perchè l’insegnamento di uno dei più grandi geni della storia della moda andrebbe rispettato con l’idea di perpetuarlo e non superato con l’idea di dimenticarlo.

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KENZO AW22


Nigo aka Tomoaki Nagao è un personaggio mitologico per tutti i veri cultori dello streetwear che lo conoscono da quando nel 1993 ha creato il brand A Bathing Ape per poi diventare una delle personalità di riferimento per una subcultura che nel frattempo era diventata cultura ufficiale, oltre ad iniziare ad interessare molto il mercato.

Il fatto che lo streetwear americano sia stato in realtà distillato e reso popolare dai giapponesi e per questo abbia assunto una rispettabilità all’interno della moda e del costume è una realtà storica che tutti sanno ma che in questo periodo di accelerazione sostenuta in pochi hanno tempo di ricordare. Il denim giapponese rimane il migliore non perchè in Giappone sia mai esistita una tradizione di cotoni indaco ma perchè ad un certo punto alcuni industriali illuminati hanno deciso di applicare il loro approccio artigianale ad un prodotto americano di cui subivano il magnetismo.

Kenzo Takada, fondatore del brand omonimo di cui da poco Nigo ha preso il posto, non è mai stato interessato allo streetwear nè ha mai cercato di portare l’estetica giapponese all’interno delle sue collezioni ma è stato uno dei primi che, in una Parigi borghese e ancora pericolosamente attratta dalla haute couture, ha realizzato collezioni di ready to wear che parlavano ai giovani e costavano poco.

Da quando il marchio è entrato nell’orbita di LVMH è stato fatto più volte il tentativo di riavvicinarlo ad un pubblico giovane e con il duo di Opening Ceremony l’operazione era di fatto riuscita. La collaborazione con Nigo dovrebbe rappresentare il passo definitivo di questa strategia.

Purtroppo, nonostante la presenza tra il pubblico di gente come Kanye West o Pharell Williams la montagna ha partorito un topolino, dimostrando come non sia più tempo per operazioni nostalgiche e come il linguaggio dello streetwear si sia talmente evoluto da risultare incomprensibile anche a Nigo.

La collezione risplendeva di un approccio minimale e delicato che i puristi avranno riconosciuto come un tratto inconfondibile della cultura giapponese dello streetwear ma allo stesso tempo assomigliava pericolosamente ad uno qualsiasi dei brand contemporary di cui i department store del mondo sono pieni. 

Bisognerebbe domandarsi, sapendo molto bene che la domanda è bruciante, se un cinquantunenne oggi può raccontare cose che interessano un quindicenne o se non sia il caso di cercare tra gli allievi, invece che tra i maestri, scovando qualcuno che si è nutrito di quel tipo di insegnamento per poi farlo diventare suo.

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RICK OWENS AW22


Nascosta dietro styling fantasmagorici, la capacità di Rick Owens di costruire capi che dialogano con il contemporaneo è fuori discussione. La solidità e il successo commerciale delle sue collezioni derivano direttamente da un amore per il prodotto che è così profondo e così visibile, se osservato da vicino, da rendere il suo lavoro molto più affine a quello di Giorgio Armani che a quello di Rei Kawakubo. Sarebbe peraltro molto interessante se qualcuno di Armani facesse due chiacchiere con lui prima di scegliere l’ormai mitologica figura che dovrà prendere il posto di re Giorgio.

In questa collezione in particolare (forse questo stavano a significare i neon in testa) Rick Owens si è lasciato andare ad una semplificazione del linguaggio narrativo che ha rivelato come ogni singolo capo sia una parte determinante nella costruzione del suo complesso immaginario gotico ma anche come ogni singolo capo possa avere una vita a sè, un’identità propria e raccontare la propria origine senza dover essere all’interno di un total look.

La visione di Owens, a cui i suoi adepti aderiscono come ad una setta segreta, è così precisamente straniante e allo stesso tempo profondamente riconoscibile da essere diventata oggetto di culto medianico e per questo motivo costituisce un’isola felice al di fuori del flusso indistinto della moda ma nello stesso tempo è un limite per la crescita del brand.

Questa volta però è come se il designer americano avesse voluto arrendersi alla comprensibilità, accendendo una luce dentro l’anfratto oscuro in cui cui vive la sua creatività e rivelandone i tratti significativi che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, sono semplici.

Rick Owens, come Martin Margiela, costruisce la sua narrazione partendo dalla solidità di un prodotto pensato e meravigliosamente realizzato che, una volta portato, diventa un oggetto di lusso, erotismo e riconoscibilità immediati. Il suo savoir faire in questa collezione è ancora più chiaro e forse qualcuno tra i brand della nuova generazione avrà voglia di avvicinarsi ad un modo di costruire le collezioni molto vecchio ma a quanto pare ancora estremamente contemporaneo.

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Y PROJECT AW22


Glenn Martens ha studiato moda alla mitica Accademia di Anversa che, insieme alla Central Saint Martin’s, è la scuola più celebrata al mondo per aver sfornato talenti del calibro di Margiela e Raf Simons, tra gli altri. Una delle prime scuole d’arte in Europa (viene creata nel 1663), la Royal Academy of Fine Arts si dice che sia una delle scuole più difficili da portare a termine perchè lo studente è lasciato completamente solo con sè stesso, con i propri fantasmi creativi o con la propria irrisolta incapacità. Chi esce vivo dai quattro anni di corso conosce tutti i segreti per piegare la moda da un punto di vista concettuale e strutturale e non ha in pratica più paura di niente. Immaginatevi un camp di addestramento militare e non credo siate molto lontani dalla verità.

La caratteristica comune di tutti gli ex studenti di Anversa è di avere un’identità estremamente riconoscibile, molto dura da scalfire e con un approccio metodologico decostruttivo, anti borghese e, in qualche modo, nichilista. Pensate al lavoro di Martin Margiela per capire di cosa sto parlando. 

Glenn Martens adora essere irrispettoso al limite della comprensibilità e questo è il tratto che lo rende interessante: ci sono sempre abbottonature sbagliate, pieghe sbagliate, arricciature sbagliate da qualche parte che ci costringono a dubitare della nostra idea di buon gusto.

È probabile che con questa collezione Martens, con il suo tributo a Jean Paul Gaultier, abbia fatto un passo avanti verso la costruzione di un progetto più adulto, più concreto, più solido. Questo perchè Y/Project non è mai stato un brand definibile in maniera certa ma adesso che gli eccessi sono meno evidenti e caricaturali traspare una concezione della moda molto identitaria e riconoscibile che mutua tantissimo da Margiela (anche lui allievo di Gaultier) ma che instaura un interessantissimo dialogo con la contemporaneità. Non per niente Glenn Martens sta facendo un ottimo lavoro come direttore creativo di Diesel.

In un momento in cui è sempre più difficile associare la parola autoriale ad un progetto di moda e in cui il magnetismo del mercato rende tutti troppo disponibili a compromessi, Y/Project ha una serietà di fondo nel rispettare i propri codici che è illuminante. Forse anche confortante.

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LOEWE AW22


Il team di Loewe, guidato da J.W.Anderson, si concede una libertà espressiva che è difficile trovare da altre parti, sia perchè in genere i vestiti devono vendere (non è questo il caso) sia perchè l’iper-realtà della cultura street ha portato la visione della moda contemporanea verso la rappresentazione del prodotto invece che la stratificazione narrativa.

Da Loewe il principio di realtà, di freudiana memoria, è stato abbandonato da tempo (o sostituito con il principio di piacere) per favorire un’irrealtà, o meglio una surrealtà, la cui concentrazione di senso viene proprio dal fatto che nessuno qui sa dove il prodotto, vendibile e commerciale, stia di di casa. Come per quasi tutti i marchi di accessori Loewe concentra la propria forza su borse, scarpe e qualche oggetto logato evitando accuratamente di mettere in vendita le impossibili creazioni del team creativo.

Questo sdoppiamento sta facendo però molto bene al marchio del gruppo LVMH che ha da un pò di tempo abbandonato ogni tentativo di costruire collezioni portabili sostituendole con delle vere e proprie favole, astratte, metafisiche, libere e anche piuttosto gioiose.

Per l’inverno 2022 l’idea era di restituire una forma umana a quello che succede dall’altra parte dello schermo di un telefono, dagli impulsi elettrici ai selfie, dalle distorsioni visive dei filtri ai meme, usando un linguaggio dichiaratamente surrealista nel quale gli elementi decorativi erano le bocchette di scarico dei lavandini o una delle tante immagini di gattini su TikTok (in questo caso con un uccellino in testa). Come nel surrealismo di Dalì o Magritte, il meccanismo progettuale di Loewe sembra essere agganciato direttamente all’inconscio e quindi non risponde a domande espresse in maniera razionalmente chiara ma architetta modi di fuga da una realtà noiosa e oppressiva spalancando porte verso universi in cui la storia della moda è un riferimento vago, invece che una presenza costante.

Per essere ancora più precisi questa sembra una metodologia situazionista, movimento nato di stampo marxista che viene definito come un volontario smarrimento dell’orientamento o come vagare senza meta e scopo. Il senso di questa perdita dell’orientamento, da parte di chi la pratica, è quella di abituare il soggetto ad un’apertura mentale verso nuovi, inattesi e magari anche estranianti aspetti della realtà, soprattutto se effettuata nei luoghi geografici che abitualmente si abitano. Si tratta, quindi, di un training sensoriale, che consente nuove percezioni ed esperienze estetiche attraverso cui i soggetti si riconfigurano. La sperimentazione estetica diviene quindi l’occasione per una trasformazione, anche politica, di individui che si dotano così di una nuova consapevolezza.

Che dire? Personalmente vorrei passare molto più tempo dentro il mondo di Loewe e molto meno dentro quello in cui viviamo adesso.

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LOUIS VUITTON
MEN AW22


Il processo di elaborazione collettiva del lutto per la morte di Virgil Abloh si è apparentemente concluso con la sfilata di Vuitton Uomo per l’inverno 2022, l’ultima firmata da lui. L’avverbio apparentemente sta ad indicare la possibilità che la scelta di un nuovo designer da parte del gruppo LVMH non avvenga subito ma si preferisca mantenere il team attuale ancora per un pò e portare avanti il lascito estetico e culturale di Virgil. Cosa che da un punto di vista di mercato è probabile che funzioni perchè il cult che si è instaurato intorno alla figura del direttore creativo di Vuitton Uomo non scemerà velocemente.

A questo punto però, anche guardando questa sfilata, è legittimo domandarsi cosa Virgil Abloh abbia lasciato al mondo della moda e forse anche al mondo in generale, cercando per un attimo di evitare l’eccesso di glorificazione e la santificazione post mortem che hanno un retrogusto cattolico che non credo sarebbe piaciuto neanche a lui.

Abloh ha decisamente spalancato le porte del paradiso del lusso estremo alle masse urlanti e vocianti di chi aveva sempre considerato inaccessibile quel territorio, lontano dalle proprie possibilità non solo economiche ma anche culturali, di comprensione. «Tenetevi, o antiche terre, la vostra vana pompa. Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifiuti miserabili delle vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata.» 

Come per la Statua della Libertà, l’azione di Virgil Abloh è stata allo stesso tempo incredibilmente efficace ed esageratamente narcisista, frutto di un meccanismo di idolatria che fa parte della comunicazione contemporanea. Esattamente come per la Statua della Libertà, il percorso del più popolare designer contemporaneo è stato di effettivo accoglimento all’interno dei meccanismi del lusso di tutti quelli che non l’avevano mai frequentato e l’avevano percepito come esclusivo, inaccessibile e non egualitario ma ha di fatto anche allargato smisuratamente la platea di possibili clienti di Vuitton, ha espanso il mercato della più grande multinazionale del lusso, di una holding che ha una accesa tendenza a diventare un monopolista globale più che un talent scout di creativi.

Oggi ci sono masse di quindicenni disposti a spendere 890 Euro per una sneakers di Vuitton (Made in Italy) che prima semplicemente non c’erano.

Tutto questo è stato ottenuto grazie ad un meccanismo di celebrity appeal che nella moda prima non esisteva oppure se esisteva (fa sempre bene ricordare Marcelo Burlo, dj e direttore creativo di County of Milan) era ancora usato in una maniera che se non vogliamo chiamare ingenua era quanto meno spensierata.

L’ultima collezione di Vuitton è invece un perfetto meccanismo di autorappresentazione e al tempo stesso di comunicazione del prodotto, un momento in cui designer e prodotto si sono fusi completamente e il messaggio dal respiro liberatorio di Abloh si è fatto borsa. Più che una Louis Dreamhouse (titolo della collezione) la sfilata era una gigantesca pasticceria piena di caramelle molto dolci e molto colorate, di ogni forma e gusto, la fabbrica di cioccolato di Willy Wonka sotto forma di una sequenza ininterrotta di bellissimi vestiti in uno stratosferico set con una meravigliosa colonna sonora.

Come nel film di Tim Burton però la fabbrica di cioccolato non può sopravvivere senza un’anima (nel film rappresentata dalla famiglia di Charlie) e quello che dovremmo domandarci è se il lascito di Virgil Abloh si fermerà all’aver invitato nuove generazioni di giovani al banchetto del consumo globale o restituirà un approccio etico, sano e fortemente creativo al mondo del lusso che sembra aver perso queste caratteristiche da tempo.

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DIOR MEN AW22


Sarà piuttosto difficile che la più interessante collezione di Kim Jones da quando è arrivato da Dior faccia strage di coolness tra millenials e gen X. Dopo la collezione dell’estate scorsa creata in collaborazione con Travis Scott e mai consegnata, sembra che uno dei più genuini propagatori del fenomeno delle collab abbia fatto una decisa inversione di rotta per arrivare (o tornare) nell’ormai dimenticato territorio del vestire maschile formale, quello classico, quello dei papà o dei nonni.

In effetti quello che sta succedendo nel mondo del menswear sembra seguire uno schema comune: l’attenzione di moltissimi designer si è spostata dalle felpe alle giacche, dai piumini ai cappotti, dalle t-shirt alla maglieria jacquard. Sarà perchè i mercati sono saturi di felpe a prezzi spaventosi o sarà invece perchè esiste una convenienza economica e una marginalità anche nel formale maschile, fatto sta che tutti ma proprio tutti (anche i più insospettabili alfieri dello streetwear) hanno inserito nelle loro collezioni dei rimandi al puro abbigliamento maschile ottocentesco.

Kim Jones l’ha fatto però in una maniera estremamente credibile, adulta e matura, da capitano coraggioso in grado di governare la complessa nave di Dior facendola uscire dalla tempesta in atto e portandola nel porto sicuro e armonioso delle perfette costruzioni sartoriali e dei toni di colore appena accennati.

C’è della vecchissima poesia dentro questa collezione fatta sfilare su una riproduzione del Pont Alexandre III (uno dei ponti più cinematografici di Parigi) con la vera voce di M. Dior in sottofondo e c’è un sacco di nonchalance, come direbbero da quelle parti, termine intraducibile che significa fare qualcosa senza nessuno sforzo.

Quello che dobbiamo domandarci a questo punto è come reagirà, in questo nuovo mondo di Kim Jones, il mercato, privato dell’elettricità delle collabo, delle mega celebrity, di Hollywood e dell’halftime show del Super Bowl.

Si rivolgerà da qualche altra parte o capirà che questa potrebbe essere una preziosa occasione per reimparare qualcosa che aveva dimenticato, per ascoltare il lieve rumore di chi fa bei vestiti che potrebbero passare inosservati ma che contengono costruzioni mirabolanti, invisibili a occhio nudo, e che bisogna faticare per riconoscere?

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KIDSUPER AW22


KidSuper è il brand di Colm Dillane, newyorkese di Brooklyn, 29 anni, astro nascente, completamente fuori degli schemi, dello streetwear americano.Kid Super ha un immaginario di riferimento che è molto più vicino al low-fi anni ’80 di Stringer Things che al super hype di Off-White o di Alyx e i suoi soli 176.000 follower su Instagram stanno lì a dimostrarlo. Nonostante questo, se vi prendete il tempo di guardare i 16 minuti del film che presenta la collezione inverno 2022, sarete magicamente risucchiati dentro un universo parallelo adolescenziale, bambinesco, fatto di M&M’s e di porte che si aprono su altre dimensioni, creato intorno a un naifcore che sarebbe piaciuto a Van Gogh o a Ligabue, due che hanno ballato sulla sottile linea che divide la realtà dalla follia per tutta la vita.

La straordinarietà del progetto di KidSuper, rispetto a tantissimi altri designer americani, è che il mondo dello streetwear è un punto di partenza e non di arrivo, è un linguaggio con il quale si raccontano favole meravigliosamente nostalgiche di un’infanzia perduta, storie in cui nessuno si fa male e tutti ne escono vincenti anche se in realtà nati perdenti.

È estremamente difficile oggi trovare designer che non accettino filtri nè dalla società, nè dal mercato, nè dal cervello, nè (soprattutto) dal proprio io ipertrofico.

Colm Dillane è sicuramente uno di questi. Tutti ci raccontano storie complicate e potenzialmente istruttive. Dalle parti di KidSuper, se volete, potete ascoltare fiabe contemporanee liberatorie, autoritari, vere. Prendete una sedia e accomodatevi davanti al vostro computer come se fosse un vecchio camino in cui, in un tempo lontano, qualcuno vi faceva addormentare tranquilli raccontandovi storie di sogno.

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MILAN FASHION WEEK

PRADA AW22


Raf Simons è figlio di un guardiano notturno e di una donna delle pulizie. Miuccia Prada, aka Maria Bianchi, è figlia degli eredi del negozio di pelletteria Fratelli Prada, fondato nel 1913. Ascendenza proletaria e ascendenza borghese, due universi che più lontani non potrebbero essere si sono incontrati nella prima sfilata veramente riuscita dell’era Raf Simons e uno ha ceduto le armi di fronte all’altro.
Quello che è successo infatti, al di là degli attori hollywoodiani totalmente incidentali, è che Miuccia ha lasciato tutto in mano a Raf e in questa collezione è visibile in maniera chiara la visione del designer belga per il marchio Prada e non più un tentativo maldestro di sintesi tra due opposti.

Raf e Miuccia hanno messo in scena un passaggio generazionale sotto forma di lotta di classe, ammettendo che le loro provenienze rendono impossibile un vero e proprio terreno di incontro. Cappotti e giacche sartoriali di derivazione alto borghese e tute da operaio, in un’alternanza semplice ma estremamente visibile, hanno rappresentato la separazione netta dei due temi fondamentali su cui ha sempre lavorato Raf Simons che, da proletario, il buon gusto borghese lo ha sempre inseguito, se lo è sempre immaginato, senza mai veramente trovarlo. Ma hanno anche rappresentato l’avvicinamento di Prada ai codici della moda contemporanea, quella di Demna Gvasalia per esempio.

 

Lo scontro titanico è avvenuto sul terreno di uno sconcertante minimalismo, così freddo e astratto, così distante e malato da ricordare nostalgicamente molto più le fredde cantine delle prime sfilate di Raf che i loft asettici delle prime sfilate di Prada. Il gioco è sempre stato in mano sua (di Raf) e la colonna sonora degli Human League sta lì a dimostrarlo.

 

Ma tutto ciò non è una sconfitta per Prada, anzi, è una vittoria.

 

Raf è definitivamente entrato nel Miucciaworld, i codici di Miuccia Prada sono magicamente diventati suoi e lei può serenamente ritirarsi, sempre che ne abbia voglia, perchè credo che a questo punto sappia di aver messo il proprio figlio nelle mani di qualcuno che lo comprende, lo rispetta ma che non ne è schiacciato. 

Da un punto di vista estetico è la vittoria del proletariato sulla borghesia, è un cambiamento radicale di significato per Prada ma è anche probabilmente l’inizio di una nuova era, un’era in cui l’autodistruzione non è più compresa, un’era in cui il figlio di due operai aiuta uno dei più importanti colossi del lusso mondiale a transitare verso il futuro.

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ETRO AW22


Controllare l’enorme heritage di Etro e darne una visione distillata e contemporanea non credo sia cosa facile e il brand è spesso caduto nell’autocitazionismo, indulgendo sul proprio passato e oscurandone un possibile brillante futuro.

Con questa sfilata uomo Kean Etro, subito dopo il passaggio di proprietà a LVMH, ha dimostrato di essere in grado di esprimere un’idea del marchio che rimane vicina alle radici storiche ma che si allarga verso un pubblico più giovane anagraficamente e mentalmente. Qui non c’è niente di soffocante, di esageratamente decorato, di polverosamente borghese, di irrealistico. Quello che abbiamo visto sfilare sotto i nostri occhi è stata un’operazione di grandissimo avvicinamento alla realtà, ancora più a fuoco della già ben riuscita stagione scorsa.

 

Etro è un marchio nato nel 1968 dal mitico Gimmo Etro, padre di Kean e tra i fondatori di quella rivoluzione industriale  creativa che ha poi preso il nome di Made in Italy. Una storia recente dunque ma agganciata al tessuto culturale milanese come pochi altri marchi in giro possono dire di avere, una storia che è anche la storia di un passaggio generazionale che, come sappiamo, può essere disastroso.

 

Invece da Etro ce l’hanno fatta. Non solo sono riusciti a passare dal tessile all’abbigliamento, accessori e profumi ma hanno creato un universo di riferimento che è stato rispettato e il cui valore è stato evidentemente riconosciuto dal colosso francese che lo ha pagato 500 milioni di Euro.

 

La riflessione che molte aziende dovrebbero fare è che questa è a tutti gli effetti una storia di successo, di vittoria. I marchi passano facilmente di mano ma difficilmente resistono alle pressioni di famiglie disfunzionali, di figli senza talento e figlie con manie di protagonismo. La famiglia Etro è un luminoso esempio di come il valore può passare attraverso le generazioni, crescere e diventare parte del mercato globale invece di perire sotto i colpi sfinenti di lotte interne o semplicemente della mancanza di consapevolezza e preparazione.

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MAGLIANO AW22


Luca Magliano ha iniziato a lavorare al suo marchio nel 2016 e in pochissimo tempo è diventato il designer di abbigliamento maschile più importante d’Italia, forse uno dei più importanti della sua generazione a livello mondiale.

La sfilata per l’inverno 2022 si è tenuta al Circolo Arci Bellezza, uno storico circolo culturale milanese in cui Luchino Visconti nel 1960 ha girato una scena di Rocco e i suoi fratelli. L’azione, divisa in stanze diverse, ricostruiva micro situazioni quotidiane annegate in un’atmosfera sognante, romantica ma anche profondamente disturbante. In quella in cui ero io due performer, uomo e donna, hanno giocato a braccio di ferro guardandosi negli occhi in una maniera così intensa che era difficile distogliere l’attenzione da loro per osservare i vestiti. C’era qualcosa di primordiale, minaccioso e libero nel loro modo di lottare con le braccia incollate ad un vecchio tavolo di legno e nella semplicità della loro messa in scena trasparivano significati di lotta tra generi o solo tra esseri umani, vecchi di secoli.

 

Luca Magliano da l’impressione di sentire che la vita è un gioco difficile ma invece di restituire pessimismo trasforma quello che potrebbe essere dolore o angoscia in qualcosa di decisamente coinvolgente, appassionante, reintegrante. Più volte mi è venuto in mente il lavoro di un altro grande narratore che forse Luca dovrebbe incontrare, Antonio Marras, ma al contrario di Marras, Magliano costruisce il suo apparato poetico intorno ai vestiti, non dentro di essi.

 

Non c’è un’unitarietà compositiva evidente nell’estetica del giovane designer. Sembra che ogni singolo pezzo sia stato pescato da qualche parte, osservato accuratamente, studiato e infine infilato addosso a un amico che passava da lì per caso, non per creare una narrazione identitaria o per mandare un messaggio particolare ma solo per liberare quell’amico da un maleficio, per ripararne qualche forma di lesione, di spaccatura o per farla rimarginare più rapidamente.

 

È difficile raccontare qualcosa che non si può neanche immaginare guardando le sole fotografie ma se volete avvicinarvi a quello che abbiamo sentito noi mentre osservavamo sorpresi questo gigantesco flusso di emozioni forse dovreste pensare al significato che date all’idea di intimità, di solitudine anche e a quanto il vostro modo di vestire vi aiuta a scoprirla e a raccontarla agli altri.

 

Figlio di un lavoro a più mani con la bravissima stylist Elisa Voto e molti altri collaboratori pieni di talento, il progetto di Magliano è la prova che le emozioni oggi sono un argomento difficile da trattare nella moda ma chi decide di metterle in scena, forse usandole come terapia per liberarsi dai propri fantasmi, dimostra un livello di coraggio e di audacia imprevedibile e, scardinando l’ossessione per l’ipervisivo, ci porta dentro un mondo autentico, meraviglioso, unico.

Luca è un talento puro e geniale che il mondo deve conosce, preservare e, possibilmente, amare.

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DOLCE & GABBANA AW22


Quando nel 1986 Domenico Dolce e Stefano Gabbana affidano la loro prima campagna al fotoreporter Ferdinando Scianna che immortala Marpessa in una Sicilia più da ricerca antropologica che da cartolina non si immaginano che stanno facendo la storia della moda e forse della cultura in generale.
L’occhio di Scianna racconta di una figura femminile libera e risolta che si riavvicina non solo alle proprie radici ma a quelle del concetto stesso di italianità, cancellando in un colpo tutti gli stereotipi dell’edonismo anni ’80 e portando il discorso della moda su un piano culturale molto alto.

Trentacinque anni dopo Dolce & Gabbana è diventato un marchio globale che comunica gioia di vivere, erotismo e spensieratezza e che, dopo il tragico incidente cinese, cerca di riorientarsi verso la contemporaneità.

Da molto tempo è finito qualunque intellettualismo e la potenza del dinamico duo è al contrario essere riusciti a raccontare storie semplici in maniera comprensibile con il rischio certamente di appiattire la narrazione ma con il risultato di aver superato il miliardo di euro di fatturato e di aver ricominciato ad aprire negozi anche in Cina.

Posto che i nostalgici che vorrebbero rivedere sulle loro passerelle le guêpière nere dei bei tempi andati e i vestiti da vedova siciliana temo dovranno aspettare ancora molto, il tempo è venuto per riflettere sulla possibilità (o l’impossibilità) che questo marchio torni ad essere rilevante all’interno della moda.

 

Vedendo la sfilata uomo per l’inverno 2022 si direbbe che qualche passo avanti lo si stia facendo ma che ci sia ancora molta strada da fare. L’eccesso per l’eccesso non pare infatti in questo periodo storico essere particolarmente significante ma in un circo di stampe, graffiti, ricami e musica ad altissimo volume pompata da Machine Gun Kelly c’erano alcuni elementi che bruciavano di intensità, rivelatori di qualcosa che più che essere cambiato all’interno del marchio, sta cambiando al di fuori.

 

Innanzitutto il marchio stesso, Dolce & Gabbana, in tutte le sue declinazioni di logo o di semplice scritta, riporta ad un tempo mitologico (Y2K) in cui un’esatta divisione dei ruoli maschile e femminile veniva narrata attraverso fisici scolpiti, aperto erotismo e una semplificazione del linguaggio che oggi non è più neanche lontanamente concepibile. Uomo oggetto e donna oggetto, protagonisti della propria vita solo grazie alle doti di cui la natura li aveva provvisti, rovescio della medaglia della consapevolezza e dell’empowerment, oggi sono concetti romantici assimilabili a quelli di Tarzan e Jane, a cui le nuove generazioni non guardano con un occhio nostalgico ma con sincera curiosità semplicemente perchè non sono abituati a quel livello di bidimensionali del messaggio, perchè non li hanno mai vissuti.

Una t-shirt con il logo D&G a caratteri cubitali su un fisico super palestrato oggi è archeologia estetica e può essere considerata un’interessante fonte di riflessione.

In questo senso la domanda contiene la risposta, cioè Dolce & Gabbana è il brand ideale per spiegare la dolce vita degli anni ’90, chiarendo anche che il concetto di per sé non è più applicabile ma che può diventare una fonte inesauribile di ispirazione.

 

Il secondo elemento interessante (ne abbiamo già parlato nella recensione di Jordaluca) è la coesistenza di linguaggi completamente diversi e opposti all’interno dello stesso discorso. Formale e streetwear, costruito e sportivo, maschile e femminile, serio e delirante, semplice e massimalista. Dolce & Gabbana si sono conquistati negli anni la libertà di spaziare attraverso tutto lo scibile dell’abbigliamento maschile facendo però attenzione a non cadere mai nella banalità del quotidiano e costruendo un mondo immaginario in cui i protagonisti sono super eroi della Marvel che hanno dimenticato di avere una doppia identità e tengono i vestiti di scena anche per andare a cena con la fidanzata o al consiglio di amministrazione. Eliminando tutti i passaggi intermedi rimangono solo gli assoluti che tempo fa sarebbero stati considerati poco commerciali e che oggi evidentemente sono la ragione per cui le persone si avvicinano a questo marchio. Si tratta di un massimalismo non solo semiotico ma etico, di un mondo in cui la normalità non interessa più a nessuno, in chiara e aperta contraddizione con il primo punto.

 

La terza cosa da osservare è l’ottimismo, che oggi è una parola svuotata di significato e viene usata solo per vendere pannolini nei supermercati o nelle trasmissioni di mezzogiorno per convincere signore attempate durante quiz telefonici che vincere un buono da 150 euro per una catena di scout è meraviglioso.

L’ottimismo non è certo la chiave della felicità ma come per la semplificazione estrema è un concetto sparito dal radar e di cui si fa fatica a riconoscere il significato. Dolce & Gabbana hanno costruito un impero su questa parola, lontana milioni di anni luce dalle riflessioni amare di Balenciaga o dall’universo cartoonish allucinato di Gucci e, anche in questo caso, sono il brand ideale per rimetterla centro della discussione, per risignificarla.

 

Nessuno può sapere se questa disamina semiologica del marchio corrisponda ad una effettiva strategia cosciente ma personalmente se dovessi indicare un progetto che oggi ha ancora potenzialità immense, direi proprio quello di Stefano e Domenico. Insieme a Giorgio Armani. Ma questa è un’altra storia.

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JORDANLUCA AW22


Jordanluca è un marchio nato nel 2018 dalle menti di Jordan Bowen e Luca Marchetto che ha nel suo dna una parte di amore per il prodotto italiana e un costante riferimento alle subcultura di matrice londinese. Questa collezione per l’inverno 2022, per la prima volta presentata a Milano, ha dimostrato che il duo italo inglese si muove con estrema dinamicità e sicurezza all’interno di quella immensa voragine che si è da poco aperta nel menswear: la necessità di trovare una sintesi tra streetwear e sartoriale, tra sport e formale, tra alto e basso, tra ieri e oggi.

Nella collezione sono stati messi in campo tantissimi elementi molto diversi tra di loro e molto complessi da gestire ma quello che ne è uscito, pur con un gusto di grezzo e metallico, era armonioso e sapeva di nuovo.

Outerwear, denim, maglieria jacquard, stampe, giacche formali, pelle e persino un tuxedo finale sono argomenti affrontati da molti singolarmente perchè trovare una chiave di volta per far coesistere la perfetta costruzione di una giacca doppiopetto con un completo in denim stonewashed è semplicemente molto difficile.

Questo non ha fermato il dinamico duo dal ricercare in maniera spasmodica una cosa che si trova sempre più raramente, la coerenza, attraverso un cammino che di fatto sembra favorire il suo contrario.

Il risultato non è solo interessante in termini di collezione ma anche perchè ci da delle indicazioni su dove si sta spostando la riflessione della moda maschile in questo momento: integrazione non significa più solo abbattere le barriere di genere ma anche quelle storiche, generazionali. Il campo di battaglia non è più solamente l’opposizione dei generi, maschile e femminile, ma il conflitto generazionale tra padri e figli o figlie.

Millenials e Gen Z stanno cercando di ricostruire un dialogo tra il vecchio e il nuovo che sembra quasi originarsi da un gigantesco complesso edipico di mancanza di figura paterna, un buco nero di apparente armonia, una voragine appunto, che forse era passata inosservata. Padre, regole, forma. Concetti estremamente potenti che hanno portato le generazioni precedenti alla ribellione e che pare che servano invece ai più giovani a costruire dei ponti, a ricostruire dei rapporti. A riavvicinarsi.

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ALYX AW22


Matthew Williams, direttore creativo del brand 1017 Alyx 9SM, viene da Pismo Beach, una cittadina a nord di Los Angeles famosa per il suo molo del 1928. Pur non avendo mai ricevuto un’istruzione formale in fashion design si nutre della club scene losangelina e comincia molto presto ad occuparsi di costume design per celebrities. Il suo modo di vedere la moda è quindi trasformativo: i vestiti creano il personaggio che tu vuoi essere per una sera, per un momento.

Il suo incontro e la successiva collaborazione con Kanye West lo portano a legarsi a Virgil Abloh e Heron Preston costituendo quello che ad oggi viene considerato il nucleo di designer rivoluzionari all’interno della moda ufficiale.

Stiamo parlando di una cultura musicale che ha radici profonde nel rap e di una cultura visiva che si nutre di skateboarding e surfing e che lo porterà a lavorare per un paio di anni con nientedimeno che Lady Gaga come costume designer dei suoi show.

Il resto è storia e i suoi quasi 900.000 follower lo dimostrano. Williams, come i suoi colleghi, è riuscito a trovare una sintesi tra lo streetwear californiano, il trash californiano e il mondo delle celebrity, sempre californiano, creando un brand che è diventato in un brevissimo periodo un cult soprattutto per la Gen Z. Ed è anche diventato direttore creativo di Givenchy.

Quello che è interessante di questa nuova e dirompente generazione di creativi è che  sono culturalmente distanti a molte delle regole non scritte della moda ufficiale: non pensano che la coerenza sia un valore, non credono che copiare sia sbagliato ma soprattutto non ritengono che dietro ad una collezione ci debba essere una narrazione o un messaggio. Cioè sono assolutamente convinti che si possano creare vestiti senza necessariamente produrre senso. “So maybe it sounds selfish or narcissistic, but I’m just making things that I like, and hopefully other people will like them too. That’s just how I move” dice appunto Matthew Williams.

La risposta a questa affermazione piuttosto difensiva e a questa visione della moda che non è narcisistica ma solo un pò superficiale, è che in effetti, sì, è possibile fare vestiti e venderli senza produrre senso ma è anche possibile che in filigrana si riesca comunque a leggere una narrazione o meglio una vicinanza a un certo modo di raccontare le storie.

Guardando dal di fuori la collezione di Alyx per l’inverno 2022 ci sono alcune cose che colpiscono. L’opposizione dei generi, lontana chilometri dalla fluidità di cui tutti parlano, è raccontata in una maniera talmente tanto assertiva da risultare strabiliante: qui gli uomini sono uomini e si vestono da uomini e le donne sono donne e si vestono da donne. Il terreno estetico comune sembra essere veramente minimo e la definizione dei ruoli è così netta che sembra arrivare direttamente da un altro secolo. Questo potrebbe non stupirci se a farlo fosse il brand di un cinquantenne ma Matthew Williams ha 36 anni.

Poi c’è la questione della coerenza stilistica che semplicemente non esiste e delle reference pesantissime al lavoro di Margiela, di Helmut Lang ma anche di Nicolas Guesquière e di Demna Gvasalia.

Qualcuno potrebbe dire che questo è un atteggiamento non dogmatico e che, appunto, questa cosa della copia è una reminiscenza novecentesca che non ha più senso di esistere.

Il problema è però che dare un giudizio positivo ad una collezione costruita sull’idea di coolness invece che di design ci costringerebbe ad usare lo stesso parametro di giudizio per tutti gli altri marchi e quindi nomi come Phoebe Philo, Loewe, Valentino, Sacai, Lemaire, Watanabe o anche Comme des Garçons finirebbero agli ultimi posti delle classifiche. Cosa che può funzionare per un quindicenne in cerca di una felpa ma in generale non credo, sinceramente, che possa avere senso.

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FEDERICO CINA AW22


Le balere emiliane, luoghi di entertainment epici degli anni ’70 e ’80 in cui migliaia di persone si trovavano per ballare la mazurca e il tango, sono il riferimento della collezione per l’inverno 2022 di Federico Cina che come sempre torna alle sue origini e ne trae materiale per le sue collezioni.

Avere riferimenti estremamente locali e raccontare piccole storie oggi è un modo per uscire dal virus dell’omologazione di massa e costruirsi una sana identità riconoscibile e quindi spendibile commercialmente.

Federico è giovane ma ha le idee molto chiare sul tipo di prodotto che vuole fare, sul suo attaccamento alla tradizione del Made in Italy e anche sul percorso narrativo che vuol fare attraversare al suo marchio. Forse troppo chiare.

La sfilata fisica che abbiamo visto l’altra sera, la sua prima ufficiale nel calendario della settimana della moda maschile di Milano, è stata una sintesi del suo lavoro fino ad oggi (con la parte di maglieria in primo piano assoluto) ma è stata anche la sintesi di quello che sta succedendo in generale nel mondo dell’abbigliamento da uomo. 

Sappiamo tutti quanto sia complesso per un giovane designer trovare un bilanciamento perfetto tra identità e mercato, tra rappresentazione delle proprie idee e commercializzazione delle stesse, tra dire e fare, tra pensare e fatturare. Sappiamo anche tutti però che il mercato ha raggiunto un livello di saturazione per cui o il messaggio che esce da una collezione sa di unicità o nel giro di pochi minuti verrà fagocitato dal mostruoso meccanismo dell’informazione globale e sparirà per sempre.

La collezione di Federico Cina era piena di pezzi coerenti e riconoscibili che messi insieme, con uno styling a tratti forzato, perdevano di coerenza e riconoscibilità e nel frastuono della musica elettronica di sottofondo fluttuavano in un mondo in cui la coolness sembra un obiettivo primario rispetto ai contenuti.

Il sistema valoriale ed estetico del giovane designer è chiaro ma si ha la sensazione che la paura di essere troppo letterale, di far sentire il profumo troppo intenso dell’Emilia Romagna, di cadere nello stereotipo felliniano, lo tenga a distanza dal vero centro creativo del suo percorso.

Mettere un paio di stringate con la punta di metallo di derivazione punk ai piedi dei modelli non aiuta ad essere precisi ma distrae dal vero senso del discorso e in sottofondo non si riesce più a sentire la voce di Raul Casadei che canta in qualche vecchia balera miracolosamente ancora aperta.

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ZEGNA AW22


Si chiama A Path Worth Taking la collezione di Alessandro Sartori per l’inverno 2022 di Zegna. Fondata ufficialmente nel 1910 come fabbrica di tessuti  la ex Ermenegildo Zegna da poco è diventata Zegna e basta e ha intrapreso un difficilissimo cammino che, come dice il titolo, valeva la pena prendere.

Con un fatturato previsto per il 2022 di 1,342 miliardi di euro, Zegna si è appena quotata alla borsa di New York raccogliendo un capitale di 761 milioni di dollari che dovrebbero permettergli di diventare un potente riferimento per il vestire maschile ma anche di risignificare completamente il suo brand perchè dal 1910 ad oggi nel mondo sono cambiate un sacco di cose.

Le radici dell’abbigliamento maschile sono saldamente piantate nel terreno della rivoluzione industriale inglese e nella nascita della nuova e ricchissima classe borghese. Mentre nell’800 l’uniforme dell’uomo si strutturava attraverso codici poi diventati inscalfibili, l’Europa prendeva la forma che ha oggi, si formavano gli stati (Italia compresa), si distribuivano in maniera più equa le risorse ma si definivano anche in maniera estremamente precisa i ruoli degli uomini e delle donne.

In quel momento lo spazio pubblico si separa da quello privato, lavoro e politica sono in mano agli uomini mentre la dimensione domestica rimane alle donne. Quella maschile diventa un’uniforme per affrontare in maniera elegante le traversie del mondo, quella femminile una maschera di ipocrisia per nascondere la cancellazione del valore femminile.

Su queste radici storiche e su questa separazione netta è stato costruito l’immaginario di ogni brand di formale maschile ma al contrario di molti altri Zegna e Alessandro Sartori hanno capito che la piattaforma stava pesantemente scricchiolando e hanno deciso di crearne una nuova, più aperta ai tempi.

Guardando gli ultimi film usati per presentare le collezioni si capisce come questo passaggio radicale e complesso cammini letteralmente attraverso il racconto di uno spazio metaforico che, nella sua neutralità, è ideale per cancellare un passato di divisione netta dei generi e riscrivere un futuro più fluido e quindi più interessante.

Se si toglie la carica politica, l’abbigliamento maschile sartoriale è un incredibile terreno di ricostruzione perchè porta con sé una ricchezza culturale e artigianale che oggi può essere usata per raccontare storie nuove e questo è esattamente quello che sta facendo Alessandro Sartori che a colpi di picconate non ha paura di ridisegnare un uomo che non ha più l’aria di andare a lavorare in banca o di partecipare a un consiglio di amministrazione.

So far so good. Ma a questo punto esiste un ulteriore obiettivo che il gruppo Zegna si dovrebbe dare: cessare definitivamente di essere un brand per uomini.

Per quanto il messaggio genderless sia piuttosto chiaro nelle presentazioni, nella realtà dei fatti dentro i negozi Zegna ci vanno solo uomini e questo è probabilmente un peccato. Il compimento della rivoluzione cominciata dagli amici di Trivero si attuerà definitivamente quando nessuno penserà più che Zegna è un marchio maschile ma tutti, nessuno escluso, penseranno solo che produce abiti meravigliosi che ognuno di noi, qualunque sia il suo genere, la sua fisicità o la sua storia, possa indossare sentendosi parte dei tempi di oggi.

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